Lucca di G. Ungaretti
A casa mia, in Egitto, dopo cena, recitato il rosario, mia madre
ci parlava di questi posti.
La mia infanzia ne fu tutta meravigliata.
La città ha un traffico timorato e fanatico.
In queste mura non ci si sta che di passaggio.
Qui la meta è partire.
Mi sono seduto al fresco sulla porta dell’osteria con della gente
che mi parla di California come d’un suo podere.
Mi scopro con terrore nei connotati di queste persone.
Ora lo sento scorrere caldo nelle mie vene, il sangue dei miei morti.
Ho preso anch’io una zappa.
Nelle cosce fumanti della terra mi scopro a ridere.
Addio desideri, nostalgie.
So di passato e d’avvenire quanto un uomo può saperne.
Conosco ormai il mio destino, e la mia origine.
Non mi rimane che rassegnarmi a morire.
Alleverò dunque tranquillamente una prole.
Quando un appetito maligno mi spingeva negli amori mortali, lodavo
la vita.
Ora che considero, anch’io, l’amore come una garanzia della specie,
ho in vista la morte.
Come, all’incirca, cinquant’anni fa, osservo il crocefisso appeso in alto, sulla parete di fronte. In basso la cattedra, elevata sopra la pedana di legno. La Gialloreti si aggira lungo gli stretti corridoi che scorrono tra le file dei banchi. Dietro le lenti spesse degli occhiali il suo sguardo non promette niente di buono. La prima mezzora è la più pesante da trascorrere. Guardo le cime dei cipressi che, dal cortile, s’innalzano fino al terzo piano. Tanto per fare qualcosa, provo a rileggere il testo della poesia. Ma Luciana, dal secondo banco della fila accanto, continua a voltarsi sorridendo, come a volermi suggerire qualcosa. Mi sono distratto: di quali posti parla Ungaretti?
Emanuele è già chino sul suo foglio: di chiedere consigli a lui neanche a parlarne. Ha il tipico assetto da “primo della classe”, non per niente per scrivere utilizza una “Parker”.
La mamma, mentre recitava il rosario, gli parlava di quei posti. Ma quali? Quelli dell’infanzia, per ammissione del poeta, furono vissuti in Egitto. Ma forse il poeta ci rimanda al titolo? “Lucca”: naturalmente!
Però! Come faceva la madre di Ungaretti a recitare il rosario e contemporaneamente vagheggiare al figlio i ricordi di quando ancora si viveva in Italia?
-
Attento, Gianni, Ungaretti ha detto “recitato” e non “recitando il rosario”! Ma poi Ungaretti è Ungaretti, e si sarebbe potuto permettere qualsiasi licenza poetica!” –
Gli sguardi della Luciana ora si sono fatti caldi. Fingendo di accorgermene soltanto adesso, le rispondo con quel mezzo sorriso che vuole essere rassicurante ed al tempo stesso la rimanda all’impegno di ogni volta che le ho passato la traccia.
(La sera, ai giardinetti, la solita implorazione di non dire niente a nessuno, dal momento che lei è impegnata in casa, già da quando aveva quindici anni e portava ancora i calzini bianchi e le scarpe nere di pelle lucida).
Eppure, cosa ne so io di Lucca? Città nell’entroterra toscano, poco distante da Pisa e dal mare di Viareggio. Per il resto, buio pesto. Spero che almeno qualche sindaco abbia provveduto a fare erigere un monumento in onore del “sommo” cittadino che con questa poesia ha comunque dato lustro alla terra dei padri.
Dall’andamento dei versi che, già dal primo, scorrono nell’alveo di un racconto, colgo le caratteristiche di una prosa, piuttosto che di una poesia intesa in senso scolastico.
Suona la campanella: è già volata la prima ora; è tempo che raccolga questi pensieri ed inizi a scrivere. Per un istante sorrido: il “grillo parlante”, dal di dentro, puntualmente m’insidia; come se non sapesse che scriverò tutto di getto, nell’ultima mezzora.
Il silenzio, sceso da un pezzo nell’aula scarsamente illuminata, viene rotto ad intermittenza dal veloce sfogliare dei dizionari. Chi più chi meno, sono tutti intenti a scrivere. Ora, anche la Gialloreti sembra essersi tranquillizzata e, come un’aquila che accudisca al nido, se ne sta appollaiata sulla cattedra, intenta a leggere la terza pagina dell’Avanti.
Una città d’altri tempi, questa Lucca, immaginata attraverso i racconti della madre. Una città di fine ottocento, dove il traffico è ancora “elegante” e “timorato”. (Ecco che la mia mente s’illumina di certi scorci di pitture impressioniste). Un traffico a dimensione umana, dove anche le pochissime auto andavano a passo consentendo ai loro occupanti di esibirsi nelle loro “mises”.
Ma, naturalmente, i racconti della madre altro non erano che i riflessi di uno stato sociale che aveva costretto il padre ad emigrare in Egitto, dove avrebbe lavorato alla realizzazione del “canale”.
Ecco che, dunque, lo sguardo che serpeggia i versi di “Lucca” è quello di una persona umile che, per anni ha subito la “meraviglia” di quei racconti ed il cui orizzonte umano si specchia negli occhi di chi la California ha potuto soltanto sognarla.
Ma la vita ha ben altri confini. E qui la poesia diventa introspettiva e si fa amara.
Vi leggo di un profondo pessimismo esistenziale, simile a quello che il poeta avrà ereditato dalla lettura del Leopardi.
“Conosco ormai il mio destino, e la mia origine.
Non mi rimane che rassegnarmi a morire.”
Anche gli ultimi due versi, che ritengo splendidi pur nella drammaticità del loro contenuto, sembrano confermare la mia opinione.
“Ora che considero, anch’io, l’amore come una garanzia della specie,
ho in vista la morte.”
Non so se tutte queste considerazioni siano pertinenti e se, soprattutto, riuscirò a scriverle. Ancora c’è tempo….
Però; non vorrei che, come l’ultima volta in cui le ho passato il tema, questa sera la Luciana si presentasse con la caviglia sinistra fasciata. Alzo le due dita aperte a “V” e chiedo di andare in bagno. Una volta vicino al suo banco, mi sarà più facile dare una controllata. Non si sa mai…. |