Poezia italiana contemporana * Poesia italiana contemporanea:Giovanni Grillo;Giovanni Abbate

Traduceri de... Traduzioni di:Marilena Rodica Chireţu

Giovanni Grillo

Bunicul Gianni si nepotii- Il nonno Gianni e i nipoti.
 
Sera calda di lacrime festose
 
 
Sera calda di lacrime festose
così gira il mondo
 
Sul comodino
c’è un libro tutto ancora da sfogliare
gli alberi non sono più secchi
e dalla finestra entra un raggio di luce
Soltanto il ricordo di giorni sfocati
dimenticate fotografie in bianco e nero
 
Quanta nuova serenità traspare
dai ricami delle tendine
chissà  se domani svegliandomi
avrò conservato un boccone
di questo pane dolce che mi ristora stasera
 
 Ma la mia anima soffre
 al ricordo del recente passato
 il cuore tornato  fanciullo si spaura
e se provo a parlare con qualcuno
le mie parole  affiorano esitanti
restando sospese nell’aria
come galleggianti sul pelo dell’acqua

 

Seara caldă de lacrimi de sărbătoare
 
 
Seara caldă de lacrimi de sărbătoare
aşa se roteşte lumea.
 
Pe noptieră
este o carte care aşteaptă să fie răsfoită
copacii nu mai sunt uscaţi
şi pe fereastră intră o rază de lumină.
Doar amintirea zilelor confuze
uitate fotografii in alb şi negru.
 
Cand se întrezăreşte noua seninătate
prin dantela perdelelor
cine ştie dacă mâine trezindu-mă
voi fi păstrat o gură
din această pâine dulce care mă hrăneşte în această seară.
 
Dar sufletul meu suferă
la amintirea recentului trecut  
inima devenită copil se sperie
şi dacă încerc să vorbesc cu cineva
cuvintele mele se pierd
rămânând suspendate în aer
ca şi cum ar pluti pe firul apei.
Traducere: Marilena

 

 

Non tornare a Padova

Dovessi tornare a Padova 
in un giorno di pioggia
non ti sognare di scendere
nella cripta del Santo
Non lo fare ti prego
C'è un volo d'airone
sospeso nel vento
Davanti a una candela accesa
c'è il mio pianto
e poi nell'aria volano ricordi
come farfalle dalle ali grigie
E non voglio che si sappia
Sera di lacrime festose

Andrea

Come posso non amarti
vedendoti arrancare
con in mano la cesta della spesa
sempre attento a risparmiare
il centesimo di un niente.
Ti guardo e ti voglio bene
così come mi appari
nudo, nel tuo perizoma
che insisti ad indossare
come fosse un  abito da sera.
Scorgo in te il disappunto
del dì che mi hai intravista
la prima volta, sullo schermo
del progresso che uccide l’illusione
di chi arde per un figlio maschio.
Eppure, sono passati gli anni
e se,  tuo malgrado, io ti amo
nei tuoi occhi c’è ancora riflessa
la luce del sogno tradito
da un figlio che veste di rosa.
Ora che fatalmente ti allontani
dalla scena, e ti accingi a scalare
l’ultima montagna della vita
metti nel fagotto lo sgomento
di chi per te ha sofferto tanto.
E anche quando verrà il giorno
che mi guarderai dall’alto
mi vedrai china
sull’eterno giaciglio
con in mano una rosa.

 

 

Lucca di G. Ungaretti


A casa mia, in Egitto, dopo cena, recitato il rosario, mia madre
ci parlava di questi posti.
La mia infanzia ne fu tutta meravigliata.
La città ha un traffico timorato e fanatico.
In queste mura non ci si sta che di passaggio.
Qui la meta è partire.
Mi sono seduto al fresco sulla porta dell’osteria con della gente
che mi parla di California come d’un suo podere.
Mi scopro con terrore nei connotati di queste persone.
Ora lo sento scorrere caldo nelle mie vene, il sangue dei miei morti.
Ho preso anch’io una zappa.
Nelle cosce fumanti della terra mi scopro a ridere.
Addio desideri, nostalgie.
So di passato e d’avvenire quanto un uomo può saperne.
Conosco ormai il mio destino, e la mia origine.
Non mi rimane che rassegnarmi a morire.
Alleverò dunque tranquillamente una prole.
Quando un appetito maligno mi spingeva negli amori mortali, lodavo
la vita.
Ora che considero, anch’io, l’amore come una garanzia della specie,
ho in vista la morte.
Come, all’incirca, cinquant’anni fa, osservo il crocefisso appeso in alto, sulla parete di fronte. In basso la cattedra, elevata sopra la pedana di legno. La Gialloreti si aggira lungo gli stretti corridoi che scorrono tra le file dei banchi. Dietro le lenti spesse degli occhiali il suo sguardo non promette niente di buono. La prima mezzora è la più pesante da trascorrere. Guardo le cime dei cipressi che, dal cortile, s’innalzano fino al terzo piano. Tanto per fare qualcosa, provo a rileggere il testo della poesia. Ma Luciana, dal  secondo banco della fila accanto, continua a voltarsi sorridendo, come a volermi suggerire qualcosa. Mi sono distratto: di quali posti parla Ungaretti? 
Emanuele è già chino sul suo foglio: di chiedere consigli a lui neanche a parlarne. Ha il tipico assetto da “primo della classe”, non per niente per scrivere utilizza una “Parker”.
La mamma, mentre recitava il rosario, gli parlava di quei posti. Ma quali? Quelli dell’infanzia, per ammissione del poeta, furono vissuti in Egitto. Ma forse il poeta ci rimanda al titolo? “Lucca”: naturalmente!
Però! Come faceva la madre di Ungaretti a recitare il rosario e contemporaneamente vagheggiare al figlio i ricordi di quando ancora si viveva in Italia?
  1. Attento, Gianni, Ungaretti ha detto “recitato” e non “recitando il rosario”! Ma poi Ungaretti è Ungaretti, e si sarebbe potuto permettere qualsiasi licenza poetica!” –
Gli sguardi della Luciana ora si sono fatti caldi. Fingendo di accorgermene soltanto adesso, le rispondo con quel mezzo sorriso che vuole essere rassicurante ed al tempo stesso la rimanda all’impegno di ogni volta che le ho passato la traccia.
(La sera, ai giardinetti, la solita implorazione di non dire niente a nessuno, dal momento che lei è impegnata in casa, già da quando aveva quindici anni e portava ancora i calzini bianchi e le scarpe nere di pelle lucida).
Eppure, cosa ne so io di Lucca? Città nell’entroterra toscano, poco distante da Pisa e dal mare di Viareggio. Per il resto, buio pesto. Spero che almeno qualche sindaco abbia provveduto a fare erigere un monumento in onore del “sommo” cittadino che con questa poesia ha comunque dato lustro alla terra dei padri.
Dall’andamento dei versi che, già dal primo, scorrono nell’alveo di un racconto, colgo le caratteristiche di una prosa, piuttosto che di una poesia intesa in senso scolastico.
Suona la campanella: è già volata la prima ora; è tempo che raccolga questi pensieri ed inizi a scrivere. Per un istante sorrido: il “grillo parlante”, dal di dentro, puntualmente m’insidia; come se non sapesse che scriverò tutto di getto, nell’ultima mezzora.
Il silenzio, sceso da un pezzo nell’aula scarsamente illuminata, viene rotto ad intermittenza dal veloce sfogliare dei dizionari. Chi più chi meno, sono tutti intenti a scrivere. Ora, anche la Gialloreti sembra essersi tranquillizzata e, come un’aquila che accudisca al nido, se ne sta appollaiata sulla cattedra, intenta a leggere la terza pagina dell’Avanti.
Una città d’altri tempi, questa Lucca, immaginata attraverso i racconti della madre. Una città di fine ottocento, dove il traffico è ancora “elegante” e “timorato”. (Ecco che la mia mente s’illumina di certi scorci di pitture impressioniste). Un traffico a dimensione umana, dove anche le pochissime auto andavano a passo consentendo ai loro occupanti di esibirsi nelle loro “mises”.
Ma, naturalmente, i racconti della madre altro non erano che i riflessi di uno stato sociale che aveva costretto il padre ad emigrare in Egitto, dove avrebbe lavorato alla realizzazione del “canale”.
Ecco che, dunque, lo sguardo che serpeggia i versi di “Lucca” è quello di una persona umile che, per anni ha subito la “meraviglia” di quei racconti ed il cui orizzonte umano si specchia negli occhi di chi la California ha potuto soltanto sognarla.
Ma la vita ha ben altri confini. E qui la poesia diventa introspettiva e si fa amara.
Vi leggo di un profondo pessimismo esistenziale, simile a quello che il poeta avrà ereditato dalla lettura del Leopardi.
“Conosco ormai il mio destino, e la mia origine.
Non mi rimane che rassegnarmi a morire.”
Anche gli ultimi due versi, che ritengo splendidi pur nella drammaticità del loro contenuto, sembrano confermare la mia opinione.
“Ora che considero, anch’io, l’amore come una garanzia della specie,
ho in vista la morte.”
Non so se tutte queste considerazioni siano pertinenti e se, soprattutto, riuscirò a scriverle. Ancora c’è tempo….
Però; non vorrei che, come l’ultima volta in cui le ho passato il tema, questa sera la Luciana si presentasse con la caviglia sinistra fasciata. Alzo le due dita aperte a “V” e chiedo di andare in bagno. Una volta vicino al suo banco, mi sarà più facile dare una controllata. Non si sa mai….

Giovanni Abbate

 

"Frugando nel Cielo/il sole ci abbaglia/di quell’inganno/ne facciamo scrittura./Al sonno lasciamo/quello che resta/ciò che scordiamo/ si fa Letteratura"./"Scotocind Cerul /Soarele ne orbeşte/din acea dezamăgire/facem poezie./ Lăsăm somnului/ ceea ce rămâne / ceea ce uităm/ devine Literatură."
 
PIAŢA SFATULUI
Non importano le coordinate
piaţa Sfatului è tra la terra e il cielo
sospesa a un filo d’irrealtà
e quasi t’aspetti che parli la tua lingua.
Il piombo dell’esistenza
qui diviene materia nobile – plausibile.
Anche l’anima si evolve nella parola
rara della felicità.
Braşov, 24 agosto 2009
 

Piaţa Sfatului

Nu contează coordonatele
piaţa Sfatului este între pământ şi cer
suspendată de un fir de irealitate
şi aproape că te aştepţi să-ţi vorbească propia-ţi limbă.
Plumbul existenţei
devine aici materie nobilă-plauzibilă.
Şi sufletul înfloreşte în cuvântul
rar al fericirii.

 

Giovanni Abbate nasce a Sessa Aurunca (provincia di Caserta) il 2 febbraio 1963.
A cinque anni segue la famiglia a Torino, città nella quale ha vissuto per oltre tre decenni.
Nel 2004 ha pubblicato la plaquette Formicaio barocco.
Nel 2007 pubblica la raccolta Il venditore di suoni tattili.
La poesia “A Primo Levi”, tradotta in francese, è stata presentata
alla Maison Heinrich Heine, presso la Città Universitaria di Parigi,
per il ventennale dalla morte dello scrittore e poeta torinese.
Nel 2010 ha pubblicato Vocianti, sua terza raccolta.
Le sue poesie sono apparse negli anni su varie riviste letterarie.
Dal 2002 vive e lavora a Firenze.
www.bastogi.it/lm_683.html
www.club.it/autori/libri/giovanni.abbate/indice-i.html
 
 

QUESTA NON È UNA POESIA

Questa non è una poesia
è il mistero che scandisce la partitura
l’albeggiare di una voce
la nave che veleggia all’orizzonte.
Quando la pioggia batte sul muro
è l’acqua che lenisce la crepa
lo scheletro abbandonato dalla carne
la battaglia che si fa muschio.
Questa non è una poesia
è la testimonianza del suo contrario
la forma circolare della colpa
la proiezione dell’ultima speranza.
Per i tuoi sogni dimenticati
è quel che stai cercando – lettore.
Avrai braccia più lunghe
tirandoli su dal tuo ritratto

Aceasta nu e o poezie

Aceasta nu este o poezie
este misterul care scandeaza partitura
zorile unei voci
nava care pluteste la orizont.
Cand ploaia bate in zid
este apa care alina crapatura
scheletul parasit de carne
batalia care se face muschi.
Aceasta nu este o poezie
este marturia opusului ei
forma circulara a vinovatiei
proiectia ultimei sperante.
Pentru visurile sale uitate
este ceea ce cauti-cititorule.
Vei avea brate mai lungi
tragandu-le in sus din portretul tau.
 

LA RAGAZZA DI BRAŞOV

I
Il colore della primavera è indefinibile
quello dell’anima tinto alla partenza
è bianco come la pagina da scrivere.
La Storia (così è chiamata la vita attraversando il tempo)
ha chiuso la tua infanzia in un corpo acerbo di donna
e vestita delle notti d’oriente t’ha condotto a questa riva
leggera come un pensiero.
I tuoi vent’anni te li sei portati dietro tutti
neanche uno a lasciarlo
su quella costellazione d’insonnie.
II
Come una porta che si apre all’oscurità
comparisti alla mia arroganza
passando per l’autunno
e con i tuoi suoni inesatti
mi domandasti una mattina: – Poeta
conosci tu EminescuBacoviaLucìan Blaga?
Scuotendo la testa
mi fu nemica la mia risposta
e con parole di semplicità cominciasti a narrare
di Luceafărul… Plumb… Meşterul Manole
e via via d’altri incantamenti
che mi presero a volare sulle alture delle cantilene
sui tetti degli abissi
fino alle altissime vette del desiderio.
                      
III
Nella gelida stanza del disinganno
come la cenere per il fuoco
veglio la mia memoria
facendo l’appello degli affanni.
Il mio silenzio urla inesaudito. All’intorno tutto
tutto è quieto.
Tu ancora poco e molto da sfogliare
fischietti la vita.
Mi sono accontentato di sentirti.

 

FATA DIN BRAŞOV

I
Culoarea primăverii nu se poate defini
aceea a sufletului pictat la plecare
este albă ca foaia de scris.
Istoria (aşa este numită viaţa de-a lungul timpului)
a închis copilaria ta într-un corp fraged de femeie
şi îmbrăcat în nopţile de la răsărit te-a dus la ţărmul ăsta
uşor ca un gând.
Cei douazeci de ani ai tăi i-ai purtat pe toţi înăuntrul tău
fără să laşi niciunul pe acea constelaţie de insomnie.
II
Ca o uşa care se deschide în beznă
ai apărut în aroganţa mea
trecând prin toamnă
şi cu sunetele tale şovăielnice
m-ai întrebat într-o dimineaţă: – Poete îi cunoşti tu pe
EminescuBacoviaLucìan Blaga?
Scuturând capul răspunsul meu îmi fu duşman
şi în cuvinte simple ai început să reciţi din
Luceafărul… Plumb… Meşterul Manole
şi treptat treptat din alte minunăţii
care m-au făcut să zbor pe înălţimile versurilor melodioase
pe acoperişurile abisurilor
până la culmile înalte ale dorinţei.
                      
III
În camera rece a dezamăgirii
ca cenuşa din foc
îmi trezesc memoria
reamintindu-mi suferinţele.
Tăcerea mea urlă neauzită.
În jur totul
totul e tăcere..
Tu din nou puţin şi mult răsfoind fluieri viaţa.
M-am mulţumit să te aud.
Giovanni Abbate nasce a Sessa Aurunca (provincia di Caserta) il 2 febbraio 1963.
A cinque anni segue la famiglia a Torino, città nella quale ha vissuto per oltre tre decenni.
Nel 2004 ha pubblicato la plaquette Formicaio barocco.
Nel 2007 pubblica la raccolta Il venditore di suoni tattili.
La poesia “A Primo Levi”, tradotta in francese, è stata presentata
alla Maison Heinrich Heine, presso la Città Universitaria di Parigi,
per il ventennale dalla morte dello scrittore e poeta torinese.
Nel 2010 ha pubblicato Vocianti, sua terza raccolta.
Le sue poesie sono apparse negli anni su varie riviste letterarie.
Dal 2002 vive e lavora a Firenze.
www.bastogi.it/lm_683.html
www.club.it/autori/libri/giovanni.abbate/indice-i.html
 
 

QUESTA NON È UNA POESIA

Questa non è una poesia
è il mistero che scandisce la partitura
l’albeggiare di una voce
la nave che veleggia all’orizzonte.
Quando la pioggia batte sul muro
è l’acqua che lenisce la crepa
lo scheletro abbandonato dalla carne
la battaglia che si fa muschio.
Questa non è una poesia
è la testimonianza del suo contrario
la forma circolare della colpa
la proiezione dell’ultima speranza.
Per i tuoi sogni dimenticati
è quel che stai cercando – lettore.
Avrai braccia più lunghe
tirandoli su dal tuo ritratto

Aceasta nu e o poezie

Aceasta nu este o poezie
este misterul care scandeaza partitura
zorile unei voci
nava care pluteste la orizont.
Cand ploaia bate in zid
este apa care alina crapatura
scheletul parasit de carne
batalia care se face muschi.
Aceasta nu este o poezie
este marturia opusului ei
forma circulara a vinovatiei
proiectia ultimei sperante.
Pentru visurile sale uitate
este ceea ce cauti-cititorule.
Vei avea brate mai lungi
tragandu-le in sus din portretul tau.
 

LA RAGAZZA DI BRAŞOV

I
Il colore della primavera è indefinibile
quello dell’anima tinto alla partenza
è bianco come la pagina da scrivere.
La Storia (così è chiamata la vita attraversando il tempo)
ha chiuso la tua infanzia in un corpo acerbo di donna
e vestita delle notti d’oriente t’ha condotto a questa riva
leggera come un pensiero.
I tuoi vent’anni te li sei portati dietro tutti
neanche uno a lasciarlo
su quella costellazione d’insonnie.
II
Come una porta che si apre all’oscurità
comparisti alla mia arroganza
passando per l’autunno
e con i tuoi suoni inesatti
mi domandasti una mattina: – Poeta
conosci tu EminescuBacoviaLucìan Blaga?
Scuotendo la testa
mi fu nemica la mia risposta
e con parole di semplicità cominciasti a narrare
di Luceafărul… Plumb… Meşterul Manole
e via via d’altri incantamenti
che mi presero a volare sulle alture delle cantilene
sui tetti degli abissi
fino alle altissime vette del desiderio.
                      
III
Nella gelida stanza del disinganno
come la cenere per il fuoco
veglio la mia memoria
facendo l’appello degli affanni.
Il mio silenzio urla inesaudito. All’intorno tutto
tutto è quieto.
Tu ancora poco e molto da sfogliare
fischietti la vita.
Mi sono accontentato di sentirti.

 

FATA DIN BRAŞOV

I
Culoarea primăverii nu se poate defini
aceea a sufletului pictat la plecare
este albă ca foaia de scris.
Istoria (aşa este numită viaţa de-a lungul timpului)
a închis copilaria ta într-un corp fraged de femeie
şi îmbrăcat în nopţile de la răsărit te-a dus la ţărmul ăsta
uşor ca un gând.
Cei douazeci de ani ai tăi i-ai purtat pe toţi înăuntrul tău
fără să laşi niciunul pe acea constelaţie de insomnie.
II
Ca o uşa care se deschide în beznă
ai apărut în aroganţa mea
trecând prin toamnă
şi cu sunetele tale şovăielnice
m-ai întrebat într-o dimineaţă: – Poete îi cunoşti tu pe
EminescuBacoviaLucìan Blaga?
Scuturând capul răspunsul meu îmi fu duşman
şi în cuvinte simple ai început să reciţi din
Luceafărul… Plumb… Meşterul Manole
şi treptat treptat din alte minunăţii
care m-au făcut să zbor pe înălţimile versurilor melodioase
pe acoperişurile abisurilor
până la culmile înalte ale dorinţei.
                      
III
În camera rece a dezamăgirii
ca cenuşa din foc
îmi trezesc memoria
reamintindu-mi suferinţele.
Tăcerea mea urlă neauzită.
În jur totul
totul e tăcere..
Tu din nou puţin şi mult răsfoind fluieri viaţa.
M-am mulţumit să te aud.
 

LEGGEVI STĂNESCU

In un atrio d’aspetto
al mio fianco leggevi Stănescu.
Come in una vecchia soffitta
curiosa vagavi fra le pagine
dall’una all’altra a caso saltellando
e quando – lusingata da un verso – 
ti soffermavi
subitamente cominciavi a tradurmi
il cantore di Ploieşti.
Ascoltandoti
consumavo con lo sguardo
lo spazio circostante
inseguendo l’eco della tua voce
che ora correva
ora incespicava
sugli amori…gli addii…
le guerre e i dolori
– addomesticandoli
al mio vocabolario.
E come il compiersi d’un opera
al suo segreto scopo
con celata carità
verso dopo verso
mi traducevi della vita
la poesia inesplicata.
Braşov, 21 agosto 2009

 

Îl citeai pe Stănescu

Pe un coridor aşteptând
lângă mine citeai din Stănescu.
Ca într-un pod vechi
curioasă răsfoiai paginile
sărind de la una la cealaltă
şi când- măgulită de vreun vers-
te opreai
imediat începeai să-mi traduci
din rapsodul din Ploieşti.
Ascultându-te
consumam cu privirea
spaţiul înconjurător
urmărind ecoul vocii tale
care, când alerga
când se oprea
la iubiri …despărţirile…
războaiele şi durerilel
–îmblânzindu-le
în vorbirea mea .
Şi ca o operă care-şi atinge ţelul secret
cu ascunsă pioşenie
vers după vers
îmi traduceai din viaţă
poezia neînţeleasă.
Braşov, 21 august 2009

a non è una poesia
è il mistero che scandisce la partitura
l’albeggiare di una voce
la nave che veleggia all’orizzonte.
Quando la pioggia batte sul muro
è l’acqua che lenisce la crepa
lo scheletro abbandonato dalla carne
la battaglia che si fa muschio.
Questa non è una poesia
è la testimonianza del suo contrario
la forma circolare della colpa
la proiezione dell’ultima speranza.
Per i tuoi sogni dimenticati
è quel che stai cercando – lettore.
Avrai braccia più lunghe
tirandoli su dal tuo ritratto