Articoli pubblicati nel giormale on line"2Duerighe", pagina romena, dicembre, 2009, Roma.

Tempi senza stagioni

Vorrei che non esistesse la battaglia dei colori…

Il vento della storia cancella oppure omogeneizza  talvolta le stagioni e i tempi non vivono più il fascino e i dispiaceri di ciascuna in parte.
L’infanzia,  allor quando ha magari la fortuna di svilupparsi in una famiglia sana, felicemente, non ne è consapevole.
Io, all’età di 10 anni, mi sono innamorata della libertà, dell’armonia, del bello, in una parola, mi sono innamorata dell’Italia, così come era riuscita ad arrivare fino da me, tramite i libri, le cartoline, la corrispondenza e le visite arrivate dall’Italia, in una lacrima di libertà vissuta per breve tempo, in un regime comunista dittatoriale, in un’apparenza di generosità verso i propri cittadini.

Poi, tutte le porte e le finestre sono state di nuovo chiuse completamente, come in un treno che aveva da percorrere un tunnnel. Io sono rimasta con le mie passioni nelle braccia, per farle crescere, ad ogni costo, sul cammino della vita, come un  proprio meraviglioso e tanto aspettato figlio.
 
E’  stato sufficiente ascoltare per caso una canzone, in una dolce e melodiosa parlata, per farmi innamorare dell’Italia e della lingua italiana. In realtà, avevo trovato il nocciolo che svilupasse il frutto della libertà: quella di comunicare, di viaggiare, di conoscere, di pensare scrivendo e parlando.Aveva in sè il sapore e il colore di tutti i frutti, di quà e di là.
E’ arrivato anche il giorno in cui raccoglierli dall’albero della vita, ma tardi, dopo che la mia giovinezza ha attraversato due dittature e gli sguardi hanno visto tanti desideri spegnersi, su un sentiero che non superava mai la soglia della casa.

Ho attraversato anche la soglia della fame e del buio degli anni 80, perché alla porta dei tempi ci aspettava la libertà, quella fata buona e bella che non era arrivata da noi fino ad allora, era rimasta altrove, sulla strada della storia, soffocata dalle sfumature di due colori. L’ha portata la luce scoppiata nella notte di  Natale dell’anno 1989, e il popolo, e solo il popolo scatenato è stato  in grado di fermarla, questa volta, anche sulle nostre terre.
 
La Santa notte di Natale1989  ha vestito l’abito argenteo della neve appena caduta sulle tombe dei giovani morti in strada gridando ”Libertà!”, ma anche quello nero della notte e quello rosso del sangue.

Che colpa hanno però, i colori, se i fatti sono successi come  in un tempo senza la pazienza delle stagioni, di venire, a turno, una dopo l’altra, in un attimo di storia pensato in un modo e rovesciato dalla paura e dalla disperazione della gente?
La luce che ha esploso nella nostra società in quel memoriabile periodo dell’inverno 1989, ha diffuso i colori dappertutto. Ciascuno ha pensato di vestirsi con quello che gli piacque di più, lo vantaggiava meglio o lo rendeva più importante.

”Non importa”, mi dicevo io, con un strano sentimento tra compassione e comprensione verso quelli che credevano ancora che, dopo 50 anni di dittatura rossa, potesse avere alcuna importanza il colore politico.

”Chi non era mai stato *rosso*?! Anche il bebè dal ventre delle mamme del 1989 e quelli che sono arrivati dopo, sempre ”rossi”, sono!” Ed allora, perchè mai questa assurda lotta tra i colori che definiscono società utopiche, che mai sono state edificate fino alla fine?
Dai ”falchi della patria”, com’ erano chiamati i piccoli comunisti dall’asilo e dalla scuola materna, fino ai ”pionieri” delle scuole elementari, ai membri dell’unione della gioventù comunista (U.T.C.), fino ai membri del Partito Comunista (P.C.R.-chi osava non esserlo?!)  tutti quanti siamo stati vestiti, volendo nolendo, dell’ abito rosso.
Che colpa ha questo vivo colore di essere odiato? Simboleggia l’amore, la vitalità, l’energia!
Non è la colpa del colore, neppure la colpa del comunismo lo è, ci sono stati anche altri a pensarlo prima che noi lo sperimentiamo, pienamente e sfortunatamente, sulla nostra pelle, ed è risultato di essere solo un’utopia, un’illusoria ”città del sole”, mentre la vita ha anche tante nuvole.

Forse nemmeno le dottrine politiche non sono tanto colpevoli, forse ciascuna ha qualcosa di buono; colpevole è la gente, quelli che cambiano il senso dei colori e sfruttano le debolezze delle dottrine.

Colpevoli siamo noi, tutti, se ci lasciamo sopraffare dalle sfumature ingannevoli dei colori e non vediamo il valore al di là delle apparenze sociali.

Ho visto un uomo nero vestito di rosso e uno rosso vestito di nero; in realtà, era solo uno uomo bianco.
Ho creduto di essere uscita da un nuovo libro utopico, in cui il tempo ha una sola stagione: quella incolore, della nullità!
Marilena Rodica Chireţu
 
 
 
La stella delle feste brilla ancora nella nostra anima
di Marilena Rodica Chireţu

Quanti di noi vivono mai, veramente, le feste vestite della loro feria, in un mondo sempre più prammatico e meno poetico?

Tradizioni romene di Natale
Ci sono in tanti che le hanno perse, come gli spiccioli dispersi nella tasca della vita e cominciano a raccoglierli nella loro vicinanza. Non possiamo però, permetterci di ignorarle, di bagatellizzarle o di modificare il loro significato verso il cosiddetto consumismo, dato che esse rappresentano le nostre radici, sono l’ espressione delle tradizioni e delle nostre capacità di vibrare alle meraviglie della vita.
Per noi, romeni, cristiani ortodossi nella nostra maggioranza, con un profondo rispetto verso i nostri connazionali di altre  confessioni, le feste religiose, generalmente, ed il Natale particolarmente, hanno un significato speciale. Oltre il loro spirito sacro che ci trova uniti intorno alla fede, alle chiese e ai nostri monasteri di un fascino arcaico particolare, esse rappresentano ugualmente, il ritorno del popolo romeno alla libertà della religione interdetta in Romania dopo la seconda guerra mondiale, fino alla Santa notte del Natale, 1989, quando uno dei rappresentanti della vita senza fede e della libertà senza parole sparì per sempre dalla scena della nostra vita politica e sociale.
 
Anche senza lo splendore della neve abbondante di una volta, con più o meno soldi in tasca, i Romeni festeggiano scrupolosamente e fedelmente il Natale e le altre feste dell’inverno: San Nicola, il 6 dicembre, quello che porta ai bambini dei regali negli stivaletti, la Befana, il 6 gennaio, e  San Giovanni, il 7 gennaio, in occasione della quale sono festeggiate le numerosissime persone che hanno questo nome.
 La fede e la gioia di celebrare le feste religiose è forse, il momento più sincero e più pulito della nostra vita post rivoluzionaria che ha visto , ha vissuto e sta vivendo ancora  il rovesciamento radicale della società, da quella dittatoriale-comunista, con un’economia centralizzata, ad una società democratica, con un’economia di mercato.
 
Nonostante tutti questi cambiamenti, noi siamo rimasti gli stessi bambini grandi e ci rallegriamo sinceramente dell’arrivo del Natale, della feria delle luci che adornano la città e gli abeti,  del tintinnio dei campanellini, della diversità dei canti natalizi, della felicità e dell’impazienza dagli occhi e dall’anima dei nostri bambini.

Ci consoliamo con il pensiero che siamo riusciti anche noi a fare qualcosa di buono, a trasmettere la gioia delle tradizioni multimillennarie e la capacità di viverle in gioia.
 
Per riuscire a fare ancora questa cosa, si deve avere un forte punto di riferimento, come sarebbe, per la maggior parte di noi, la mancanza della libertà di celebrare le feste religiose per quasi 50 anni, quasi una vita.
Sono passati 20 anni da quando il nostro Babbo non viene più chiamato Gelido, ma Babbo Natale, come da tutti i popoli cristiani.
Sono nata ed ho vissuto di più nei tempi di Babbo Gelido, non mi sono mai domandata perché si chiamasse così, non avendo conosciuto il vero Babbo Natale. Nonostante ciò, come i nostri genitori ci hanno educati nello spirito della fede, nascosto ciascuno nella propria casa e nella propria famiglia, sempre così abbiamo educato anche noi i nostri figli.
Eppure, davanti all’albero brillante e alla tavola abbondante, piena di bontà tradizionali, ereditate dai nostri avi, ai bambini e ai giovani di oggi, a mia figlia ugualmente, già maggiorenne, mi viene sempre più difficilmente a farle capire, a farle conoscere e a farle non dimenticare mai, la povertà ed il buio nei quali abbiamo vissuto, dolorosamente, specialmente nelle vicinanze delle grandi feste.
Nel mondo brillante dei supermercati pieni di bontà di ogni genere, come potrei mai farle credere che i nostri magazzini erano quasi vuoti, con qualche inscatolata e salumi di scarsa qualità!? Come faranno a credermi che il vero cioccolato non si trovava e che in occasione del Natale ricevevamo, solo nell’ultimo tempo, qualche prodotto alimentare strettamente razzionalizzato, uguale per ciascuno in parte!?
Eppure, così abbiamo continuato a vivere, abbiamo sopravvissuto, specialmente per loro, i nostri figli, quasi la sola gioia che avvevamo davvero, e per i quali nulla diventava impossibile, neanche stare alle infinite code, di buon’ora, per comprare il litro di latte, nonostante gli inverni duri vissuti, con temperature spesse volte bassissime, di meno 20 gradi.
E come potrei io, noi, la mia generazione, considerare adesso l’abbondanza dei grandi magazzini un’espressione del consumismo, quando abbiamo vissuto la spietata povertà dei mercati e dei magazzini alimentari vuoti e delle loro vetrine spente!?
Secondo me, il consumismo non è e non dovrebbe definire nessuna festa, religiosa o no; non può essere che un’espressione del desiderio naturale di vivere meglio, di avere di più, di regalare, di rallegrare te stesso e gli altri; in fin dei conti, un’espressione giustificata dell’uomo moderno di ”consumare” ciò che ha prodotto, grazie alle conquiste della sua strepitosa mente lungo il tempo, il lato più eloquente  e positivo del progresso:il benessere materiale  e spirituale aggiunto dalla sacralità delle feste, un felice legame tra il remoto passato e il moderno presente.
Il ”consumismo”  è, secondo me, solo una sfortunata espressione dell’uomo ”consumato”, di quello che non riesce più a distaccare il lato spirituale, morale, affettivo da quello materiale, forse esclusivamente vissuto; è uno squilibrio tra avere e donare, tra avarizia e generosità, tra gioia e rassegnazione, tra ricchezza e povertà.
Quelli che hanno scelto di vivere lontano dal nostro Paese  li invito a non dimenticare le loro radici, perché mai arriveranno troppo lontano senza di loro. Non dimentichino che potrebbero avere un’altra cittadinanza, ma la nazionalità romena è per sempre, ed è per questo che dovrebbero riflettere con molta responsabilità su qualunque fatto, gesto o parola detta, perché noi, la maggioranza, siamo rimasti a vivere QUI, e loro non potrannno scappare via MAI, da nessuna parte.
So di un bell’albero di Natale ornato di festa, al quale guardano gli occhi tristi di alcuni bambini e anziani soli o poveri. I colori, le luci i canti natalizi si regalano da sè; aspettano anche voi, tutti,  a regalare dalla  vostra sovrabbondanza almeno una pallina, rotonda, come la nostra vita che gira, rotola ansiosa che arrivi di nuovo il tempo del Babbo Natale, perché la stella delle feste brilla ancora nella nostra anima, nel nostro abete con l’odore della resina della montagna, da dove è sceso per arrivare da noi e per  regalarci un attimo di gioia.

 
L’essenza delle parole nella voce dell’Unione
di Marilena Rodica Chireţu
1 Dicembre, la Festa Nazionale della Romania

Il popolo romeno è, sicuramente, una delle nazioni più unite ed omogene nell’essenza delle parole, dei sentimenti e degli ideali che definiscono la sua tormentata storia multimilllennaria.
Discendente dai remoti Daci, popolo coraggioso, accanito e fiero, pronto in qualunque momento a sacrificarsi per i suoi campi dorati dalla ricchezza dei grani, ma anche per l’oro dei suoi monti bagnati dagli sguardi azzurri  dei laghi e della dolcezza del miele, dei frutteti e delle vigne, i Romeni  conservano anche tratti caratteristici dei suoi colonizzatori, i Romani.
Si potrebbe dire che la sua esistenza si distendesse tra le ambiziose dimensioni dominatrici  dei grandi imperii, da quel Romano, fino all’Impero Ottomano, Absburgico e sovietico. Nonostante ciò, nessuno mai potrà contestare la sua esistenza su queste terre,  dai più remoti tempi,  perché essa viene incisa nell’unità stessa della lingua, la stessa per tutti i romeni da qualunque parte del Paese e del mondo. In effetti, il Romeno non ha nessun dialetto che si parli sul territorio della Romania, ci sono soltanto delle parlate specifiche alle diverse regioni storiche, con particolarità esclussivamente fonetiche o di vocabolario che non impediscono però, la naturale e diretta comunicazioni tra i cittadini da tutti  gli spazi geografici, ciò che  confera più fascino e personalità dell’unità nella diversità. Eredi della popolazione della distesa Dacia, dalla formazione dei primi stati voivodali e fino in presente, i Romeni hanno bramato e bramano ancora  compiere la loro unità territoriale, eloquente come quella della loro lingua.
Il desiderio di essere di nuvo insieme, si concretizzò, prima di tutto, anche se per poco tempo, nel 1600 quando il voivoda Michele il Bravo riuscì a realizzare la loro prima unificazione.

Dopo lunghe discussioni, lui riuscì ad ottenere dall’Impero absburgico il suo riconoscimente come voivoda dei Paesi Romeni e della Moldavia e di governatore della Transilvnia, con il titolo di principe. Il suo assassinio sulla Pianura di Turda, nel periodo 9-19 agosto del 1601, rispondeva perfettamente agli scopi e agli interessi del potere imperiale asbuogico.
Sulla sua grandezza, lo strico romeno Nicolae Iorga  scriveva:”
" Dal 1600 nessun romeno ha potuto più pensare all’unione senza la sua immensa personalità, senza il suo scudo o la sua scure  alzata verso il cielo della giustizia, senza il suo volto di pura e completa poesia tragica”.
Grazie ad un contesto politico europeo favorevole alla modenizzazione della società, generato dalle Rivoluzioni del 1848, l’ideale dell’unione romena si realizzò parzialmente nel 1859, quando si unirono la Moldavia e la Valacchia, in seguito alla scelta come voivoda, negli ambedue paesi, del voivoda moldavo Alexandru Ioan Cuza, che diventava così, il pimo voivoda dei Principati unitie dello sato nazionale Romania.. La golosità del grande impero absburgico ha tenuto ancora lontana per molto tempo la nostra Transilvania dal coprpo soffero del Paese-madre. E’ arrivato però il grandioso anno 1918, quando i Romeni hanno deciso di  intrecciare le braccia di tutte le storiche contrade romene per realizzare, finalmente, l’unità dei territori e della popolazione romena.  La grande Assemblea Nazionale dal 1 Dicembre 1918,  organizzatasi nel cuore della Tansilvania, nella città di Alba Iulia, decise l’ unificazione della remota terra romena e delle altre contrade storche,  dal nord- est e  sud-ovest ( Marmures, Cirsana e Banat) con la patria- madre, la Romania.

Questo momento storico veniva a coronare felicemente la vittoria  rappresentata dal momento del 27 marzo- 9 aprile, 1918,  che segnava il ritorno della Basarabia ( il nord-est della Moldavia)  e della Bucoviana ( 15-18 nobembre, 1918) tra i confini naturali del proprio paese, della Grande Romania.
La Costituzione del 1923 stipulava nei primi due articoli che: ”Il Regato della Romania è uno stato nazionale, unitario ed indivisibile” e che „ il suo terrtorio è indivisibile”.
Eppure, la Romania ha visto ancora una volta il suo bel corpo sbranato,  dopo la seconda guerra mondiale, in seguito alla quale, pagando i momenti di smarrimento e di fragilità politica, favoreggati forse anche da un contesto geo-strategico difficilmente da affrontare, perse di nuovo una parte della bella Bucovina e la parte estica della Moldavia, la Basarabia ( oggi la Repubblica Moldavia), cadute nelle braccia di fero dell’impero sovietico.

Sospira ancora, la Romania nel grembo degli errori del passato,  ma un passato troppo duro e spietato con un popolo nato „su un piede di contrada/una bocca di paradiso”, come dice una celebre ballata romena, definendo lo spirito di questo popolo „pastoralmente mite”, portato talvolta, sulle onde del tempo, lontano dalla sponda.
Ha dovuto scoppiare la luce della Rivoluzione anticomunista del Dicembre, 1989, perché illumini la nostra mente e collochi quest’attimo memorabile della storia romena e della vita del popolo romeno, là dove si doveva, nella cima delle nostre più importanti ed amate feste. Così, nel 1990, 1 Dicembre divenne la Festa Nazionale della Romania.
Gli imperi nascono e muoiono, vengono e se ne vanno, ma la terra rimane, come rimangono il cielo e il sole attraversati dalle nuvole, come la tempesta e le piogge annegano nel mare, rimaniamo anche noi, come dice il grande poeta nazionale, per „difendere la povertà e il popolo”, perché tutti godiamo l’essenza delle stesse parole, quelle della voce dell’unione.
 

Una lacrima del tempo, della storia , dell’arte
di Marilena Rodica Chiretu
La Cattedrale di Curtea de Arges- storia e leggenda
La Cattedrale Curtea de Argeş si erge sulla remota terra di uno dei Paesi Romeni medievali, la Valacchia, che ospita e ha visto crescendo ugualmente, la città di Bucur, il pastore che aveva fondato, secondo la leggenda, anche la capitale di oggi della Romania, la città di Bucarest.

Sul filo del pensiero e del fiume che bagna la leggendaria contrada di Arges, ritorno nei remoti tempi, quando al Sud del Paese di oggi, le dolci colline, i maestosi monti, i fitti boschi e i ricchi frutteti si distendevano, generosamente, tra le braccia dei fiumi che attraversano questa terra della storia e del mistero.

Gli occhi verdastri dei numerosi laghi collinari o delle pianure, intrecciati con gli sguardi azzurri dei laghi montuosi, sembrano cercare ancora delle risposte ai misteri che avvolgono la terra di Dracula e di altri grandi viovodi romeni. Tra questi, Michele il Bravo, quello che, nel 1600, riuscì, anche se per breve tempo, a unire i tre grandi paesi romeni, realizzando così, la prima loro unione. Secondo i documenti del tempo (dal 6 luglio 1600) Michele il Bravo diventò il primo "Principe della Valacchia , della Transilvania e di tutta la Moldavia".

La tradizione e le fonti storiche dicono che in questa contrada arrivò, dai piè dei monti, dal Paese di Fagaras, uno dei primi voivodi valacchi che decise di far costruire, nel mirifico paesaggio, un edificio come altro non c’ era da nessuna parte. Il suo nome è rimasto avvolto nell’oscurità dei tempi ed è per questo che viene conosciuto nella storia come Negru Voda, cioè, il Nero Voivoda.

Un giorno, Negru Voda, insieme ad un architetto e il mastro Manole accompagnato dai suoi nove bravi lavoratori, andarono in giro lungo il filo del fiume Arges per cercare il migliore posto dove poter alzare un monastero. Ad un certo momento, si fermarono in un luogo di una selvaggia e strana bellezza, dove si vedevano le rovine di una costruzione mai compiuta. Curioso, il voivoda domandò a un pastore perché era stato abbandonato quell’edificio. Questo gli rispose che da quelle parti giravano dei cattivi spiriti, la terra era maledetta e nulla si poteva costruire fino alla fine. Negru Voda però, si dimostrò piuttosto divertito da quella storia e decise che quello sarebbe stato il posto dove alzare il suo monastero senza pari.

Consapevole delle sue doti artistiche e della bravura dei suoi lavoratori, il Mastro Manole decise di compiere il sogno e il desiderio del suo Voivoda.
Presto però, ebbe la triste sorpresa di vedere che, davvero, nulla si poteva ergere su quella terra. Tutto ciò che si costruiva di giorno, crollava di notte, come in una strana fiaba.

Tormentato dai pensieri, Manole ebbe una rivelazione onirica che subito la fece sapere ai suoi lavoratori. Il monastero si poteva alzare solo se fosse stata sacrificata, tra le sue mura, la prima donna, moglie o sorella, che il giorno seguente portava il pranzo, al marito o al fratello. “I nove grandi maestri con Manole dieci” accettarolo l’idea del sacrificio supremo dal grande desiderio di accontentare l’ambizioso voivoda, ma anche dalla covinzione che nessuna opera artistica valorosa si pototeva realizzare senza un grande sacrificio.

Il giorno dopo, arrampicati sull’impalcatura, sull’ora del pranzo, tutti aspettavano col fiato grosso a vedere chi sarebbe stata la prima donna ad arrivare.
Ad un certo momento, da lontano apparse la siluette della donna che portava da mangiare e Manole riconobbe sempre meglio sua moglie che era anche incinta. Addolorato, supplicò il cielo di scatenare una tempesta per farla fermare e ritornare a casa. Il vento cominciò ad agitare le nuvole, a piegare gli alberi, chiamando la pioggia. La devota Anna però, la moglie di Manole, senza sospettare ciò che l’ aspettava, non abbandonò il cammino, consapevole del suo impegno, quello di portare al marito da mangiare.

Arrivò il doloroso momento in cui i dieci maestri cominciarono di nuovo ad alzare lo strano edificio, seppelendo tra i muri il corpo fragile di Anna. Con le lacrime negli occhi e un immenso dolore nell’ animo, Manole vedeva e sentiva come sua moglie si spegneva tra la freddezza delle pietre e dei mattoni. La sua voce debole, sempre più spenta, che lo implorava a non farla soffrire, si spense del tutto.

La notte si era distesa il velo nero sulle anime dei dieci maestri e all’ alba la giornata annunciava un sole brillante. Un sole addolorato pure lui, anche se il monastrero era questa volta in piedi, ergendosi fiero nella sua assoluta bellezza.

Felice, Negru Voda si dimosrtò subito affascinato dalla bellezza del monastero, ma fu trafitto da un nero pensiero, generato dalla sua sconfinata ambizione. Decise in sè, che i dieci maestri dovevano morire pure loro, perché non costruissero mai nessun altro monastero come il suo. Detto e fatto; mentre i lavoratori si trovavano ancora sull’impalcatura, Negru Voda ordinò di toglierla. Rimasto sul tetto, Manole provò a salvarsi, come Icaro, costruendo delle ali con della legna rimaste lassù. Non ci riuscì e il suo volo si franse, cadendo in terra.

La leggenda dice che, addolorata, la terra fece spuntare una lacrima, un filo d'acqua che oggi è la Fontana di Manole. Qui si fermano affascinati tutti i viaggiatori, ammirati dallo splendore della Cattedrale valacca, le sue dorate torri sinuose e la grandezza delle pietre che conservano ancora la freddezza ed il dolore del sacrificio supremo, quello fatto sull’altare dell’arte e del bello artistico.