Il tempo dei papaveri rossi

Casa Editrice "Paralela 45", Pitesti, Romania, 1999.

 
 

 

Ai miei genitori , Dumitru & Ecaterina Hertanu.
La madre e il padre nel "Tempo dei papaveri rossi"
-I-Le radici del male
A mia madre.
Guardo il blù degli occhi di mia madre, ancora belli, il cui sguardo si spegne, man mano, come il sole al tramonto. “Il tempo passa con la sua inevitabile crudeltà, mi dico io, e si perde nel nulla, così come si perdono, uno dopo l’altro, i giorni di quest’ultimo secolo”. Ma, se per il tempo c’è la speranza del domani, all’uomo rimane l’illusione dell’ al di là, misterioso e spaventoso nella sua necessariamente incerta esistenza.
Mi guarda negli occhi, con lo stesso affetto di sempre, ma, a volte, non sa nemmeno chi sono. Io guardo il suo volto ancora bello per la sua età e penso quanto sia stato crudele il destino con questa donna di una tenera bellezza del corpo e dell’animo! Mi nascondo le lacrime che mi bagnano gli occhi pensando che, comunque, sia inutile pensarci e devo avere la forza di offrirle almeno un po’dell’amore che lei mi regalò nell’infanzia e nei momenti difficili della mia vita. Mi guarda dritto negli occhi, sento che vorrebbe dirmi qualcosa, ma non riesce; la malattia sta tra noi due, sembra che volesse già dividerci, ma l’amore vince ogni ostacolo ed io sento ancora il calore del suo animo e l’affetto che nutre per me, anche se, il più delle volte, non mi riconosce. “Guarda come può ridurci la vita, penso io di nuovo!” Eppure, nell’oscurità della sua mente colpita da troppe disgrazie, è rimasto il suo innato buon senso, perchè, a volte, finge di riconoscermi.
Scelgo dal vecchio album della famiglia una delle sue fotografie. Le ammiro di nuovo i suoi begli occhi grandi, il suo profilo perfetto, la delicatezza del suo volto ed appena adesso mi spiego meglio perchè Bucarest veniva chiamata negli anni della sua giovinezza “la piccola Parigi”. Certamente , non per l’aspetto della città, ma per il fascino delle donne, belle, eleganti, serene, nonostante gli orrori della seconda guerra mondiale che avevano attraversato. L’inconsapevolezza della giovinezza, l’amore e l’ardente desiderio di vivere vinsero la paura e le difficoltà della guerra che non riuscì a lasciare delle tracce sul viso bello delle donne. Nonostante che il ricordo triste, ma indimenticabile della seconda guerra mondiale sia lontano, le donne di oggi, moderne, hanno perso un po’del fascino della donna di una volta. La serenità e la tenerezza del loro volto, lungo il tempo hanno acquistato le tracce delle “piccole guerre” scoppiate intorno a loro e, soprattutto, nel loro animo. Giovani, mature o anziane, le nostre donne hanno incise sul loro viso le invisibili, ma sentite tracce di una vita tumultuosa, inquieta, il più delle volte troppo dura e impegnativa per il loro fragile corpo, per le loro limitate capacità che si vogliono uguali all’uomo, da un necessario desiderio di meritare, davvero, il suo amore, le sue carezze, la sua devozione, avvolte in una timida fierezza del proprio io.
Guardo a lungo la fotografia di mia madre e poi mi viene subito alla mente la sua immagine di oggi: è il volto di una donna atterrita dalla vita, sopraffatta dalla sofferenza e mi domando: “Come potremmo fare, come dovremmo vivere per restare in piedi”, fieri della nostra vita, capaci di vivere ogni attimo fino agli ultimi giorni della nostra esistenza?” L’esempio l’abbiamo sempre nella natura. Attraversando spesso la foresta, ammiro con un po’di invidia, i vecchi alberi, senza foglie verdi, che stanno morendo in piedi, alzando i rami secchi verso l’azzurro del cielo. Anche l’uomo alza spesso lo sguardo verso il cielo e spera nella grazia di Dio, ma la vita è dura e allora scende lo sguardo verso le cose che gli assicurano l’esistenza, dimenticando che, un giorno, sarà anche lui un albero, i cui rami secchi potrebbero rompersi e rimanere sulla terra, calpestati da tutti.
Ritorno in tempo per scoprire le radici del male della nostra esistenza. Un fine – secolo e l’inizio di un nuovo millennio avrebbero dovuto essere uno “scoppio” di benessere, di serenità, di pace, ma, purtroppo non è proprio così per molti di noi. “Non c’è da stupire, mi dico io, perchè stiamo raccogliendo, noi tutti, quello che abbiamo seminato nei decenni di questo secolo: guerre, golosità, orgogli smisurati, capricci pazzeschi, interessi meschini, ideologie utopistiche, religioni snaturate e una lussuria che supera anche l’immaginazione di Dante”. Ed è per questo che il volto bello delle donne ha perso la serenità, la femminilità e la tenerezza della donna della metà del secolo, acquistando delle sfumature che si perdono e si ritrovano nel paradossale mondo in cui viviamo. Arrivato all’altezza degli spazi cosmici, l’uomo scende pure, sempre di più alla bassezza dei comportamenti primitivi. Che cosa gli manca mai? Gli manca la sensibilità che ha perso, man mano, lungo gli anni, gli manca anche l’amore, ridotto, sempre di più al sesso. Impegnato più del normale, affascinato e conquistato, definitivamente, dalle alte tecniche e tecnologie, appena sognate timidamente in passato, l’uomo non ha più tempo per amare, per comunicare affettuosamente con gli altri, tutto svolgendosi con la velocità delle macchine che lui stesso ha inventato, senza
pensare però, che verrà il giorno in cui sarà schiacciato dalle proprie conquiste.
Le radici del male si inseriscono nella terra che tutti calpestiamo, insidiosamente, senza che ce ne accorgiamo e, come ciascuno ha le sue radici, quella che da noi indebolì la nostra esistenza e rattristò il volto della donna, fu la radice forte di un ideologia debole e utopistica che si estese da una pianta malata nella nostra terra.
Una guerra è un’esperienza dura. Una guerra mondiale è una cosa tremenda che può finire un giorno, ma può essere anche la fine stessa. E noi, le povere creature diventiamo delle foglie portate dal vento freddo in un’esistenza che non vogliamo, ci sentiamo dei giocattoli nelle mani del destino, o peggio, nella rete dei meschini interessi che non riusciamo ad affrontare.
Eppure, i nostri nonni e i nostri genitori riuscirono a farcela e andarono avanti dopo gli orrori di due guerre mondiali in un solo secolo, costruendo delle nuove società. Quelle che si svilupparono dalle proprie radici fiorirono, le altre, cresciute da radici straniere o malate oscillano ancora.
E neppure è perduto il tempo impiegato per seminare una pianta che si sviluppi dalla propria radice, una radice forte che faccia crescere un albero verso l’alto del cielo. Basta che ci ritroviamo nell’ineguagliabile sentimento dell’amore, l’amore, l’acqua della quale ha bisogno l’albero per crescere e resistere alle intemperie del tempo.
II- Passi di tango al ritmo di balalaica
Neanche la guerra può vincere il vero amore, anzi esso può diventare più forte e si vive più intensamente al pensiero che il domani non venga più. I miei genitori si conobbero e si innamorarono durante la seconda guerra mondiale. Ufficiale nell’esercito romeno, mio padre, uomo forte, di una vivacità e di un ottimismo incredibili, lottò sul fronte, in quegli incerti tempi, talora contro i russi, talora contro i tedeschi, secondo lo richiedeva l’ordine militare. Fortemente provato dal destino, morti da giovani il fratello Giorgio, la sorella Angela, e poi, i genitori, ferito durante la guerra, trovò pure la forza di amare in quegli amari tempi i begli occhi di mia madre, Ecaterina, i suoi bei capelli con sfumature di castagna e la sobrietà della sua delicata personalità. Si sposarono alla fine della guerra e fecero, in campagna, nel bel villaggio di mia madre, nascosto tra colli, frutteti e vigne, delle nozze come nelle fiabe. Adesso, noi siamo rimasti solo con le fiabe, le nozze di una volta hanno perduto il loro autentico carattere tradizionale, ma il villaggio conserva ancora, qualcosa del suo fascino pittoresco, lontano dalle rumorose città.
Dopo tantissimi anni, l’immagine e la nostalgia per il paese natale ritorna ossessivamente nella sua mente confusa e qualche volta a malapena siamo riusciti a fermarla, nel suo illusorio tentativo di ritornare nella terra della sua infanzia.
I primi anni dopo la fine della seconda guerra mondiale fu un pazzesco miscuglio di bene e di male, di sofferenza, per alcuni, e di gioia, per altri, di capitalismo, che stava per morire, e di comunismo che stava diventando una realtà sempre più presente. I balli sontuosi di una volta non c’erano più, ma la gioia delle feste in compagnia delle belle ed eleganti donne, fino all’alba, non riuscì a spegnerla neanche il rumore degli scarponi militari, né il suono della balalaica, che cominciava a sentirsi sempre di più.
Venne però, l’anno 1948, della nazionalizzazione di tutte le proprietà, la tragedia di numerose famiglie, conclusa, a volte, in suicidi o l’abbandono definitivo del proprio paese. I più forti rimasero però, ad affrontare la nuova realtà, il nuovo regime, sia in carcere, sia in una vita misera o nell’indispensabile compromesso imposto dalla necessità di sopravvivere. In strada si cantavano inni patriottici, in case si ballava ancora al ritmo di tango e, unita dall’amore, dalla gioia di vivere, la gente sapeva ancora divertirsi insieme nonostante le difficoltà. In due, i miei genitori impararono a superare le difficoltà di quei tempi, come anche molte altre famiglie, e una testimonianza del loro coraggio, del loro sacrificio siamo noi, le generazioni di oggi e di ieri che avremmo dovuto affrontare ed edificare con lo stesso coraggio, con la stessa devozione una società degna di un nuovo millennio e di un futuro migliore.
Quando la balalaica cominciò a suonare sempre più forte e la gente capì che doveva ballare secondo il suo straniero ritmo, i passi del tango diventarono sempre più lenti, sempre più rari, sempre più spenti. La gente subiva, man mano, un doloroso mutamento del comportamento normale, si nascondevano, non solo le proprie idee e ideologie, ma anche i sentimenti, l’amore veniva messo anch’esso nelle catene del nuovo regime. Tutti i
sentimenti dovevano essere rivolti al partito e ai suoi dirigenti e questo ci insegnavano dalle prime classi elementari. In chiesa, di Pasqua, andavamo di nascosto e non si doveva sapere a scuola che eravamo andati, perché saremmo stati puniti. Eppure, è difficile tenere il romeno in catene quando si tratta d’amore! Aspettavamo la Pasqua per andarci tutti i colleghi! Il giro della chiesa con i lumi accesi, gli sguardi complici ritrovati tra la luce pallida, aumentava il fascino dell’unica notte dell’anno quando ci era permesso di esserci fuori casa a quella tarda ora. Erano gli anni sessanta quando tutto stava sotto il segno della bandiera rossa, della dittatura del proletariato e della paura, che aveva preso il posto dell’impeto rivoluzionario dei primi anni del dopoguerra.
L’amore verso Dio non era ben definito nelle nostre menti di bambini, oscurate da troppe indicazioni e troppa politica. Ci faceva, però piacere sperare che esistesse e che ci guardasse dall’alto del cielo e, di Natale, aspettavamo il Babbo che era chiamato però, Babbo Gelido, il Babbo Natale venendo da noi solo dopo il 1989.
La gente diventava sempre più riservata, sempre più prudente. Le serate con gli amici venivano sempre di più sostituite da modesti e discreti incontri familiari, dove, a volte, si parlava a voce bassa, ed io non riuscivo a capire il perchè. Completamente isolata dal mondo, la gente voleva però, sapere che cosa si trovava al di là del “muro” che circondava la nostra esistenza e ascoltava, in gran segreto, posti di radio interditti che trasmettevano in romeno. Era la voce della speranza, soffocata dalla paura di essere scoperti che si ascolta. Bambina di 7 - 8 anni, io non riuscivo a capire perché i miei genitori stavano ogni sera con la testa attaccata alla radio. Abitavamo da soli in una casa abbastanza grande e dei vicini nei dintorni non c’erano. Un giorno giunsi, finalmente alla conclusione che le pareti dovessero avere delle orecchie ed è per questo che i miei genitori avevano tanta paura nell’ascoltare quella voce della radio. La paura non riuscì a vincere l’amore, ma neanche gli permise di manifestarsi liberamente, naturalmente. Ritirati nelle loro conchiglie, i più dei genitori si fecero dell’amore verso i figli la motivazione, a volte esagerata, della loro esistenza.
Uomini, donne e bambini abbiamo vissuto un tempo, tutti insieme, nella inconsapevole monotonia di ogni giorno, sopraffatta dalla inevitabile paura di non esserci peggio, aiutandoci reciprocamente per poter andar avanti.
Il ritmo del tango di una volta si è spento, gli accordi della balalaica si sono persi anch’essi, è passato anche l’entusiasmo delle cosiddette canzoni patriottiche ed inni rivoluzionari! Che cosa ci è rimasto mai? Siamo rimasti noi, che dobbiamo ritrovarci e trovare la strada giusta ed i nostri giovani che riuscirono a crearsi la propria musica!
III- Le sfumature del fallace rosso
Nel primo decennio del dopoguerra, i romeni si trovarono davanti alla necessità di ricostruire il paese distrutto dai bombardamenti e di accettare un nuovo modo di vita, un nuovo regime rigido, dittatoriale e utopistico. L’entusiasmo della nuova vita appena cominciata conquistò però, molti che si impegnarono, sinceramente e con devozione, nell’edificazione della nuova società, convinti che stanno facende il meglio per loro stessi e per i propri figli. Il tempo però, dimostrò loro di aver sbagliato, ma era già troppo tardi per riparare gli errori. Lo stivale dello straniero calpestava già, fortemente, la terra del nostro paese. Talvolta domandavo, nella mia innocenza di bambina, perché il pane, comprato a tessera, era così nero e duro ed i miei genitori mi spiegavano che treni interi del nostro migliore grano dovevano partire al di là del confine del paese. Adesso, dopo tanti anni, mi spiego meglio le cose, e mi dico che davvero, la mancanza di una decisione ferma presa al momento giusto, gli atteggiamenti incerti, duplici in momenti essenziali della vita, diventata storia, si pagano a caro prezzo.
Nel periodo della ricostruzione del paese, la nostra famiglia si trovava in Moldavia. Nata in Muntenia, la terra natale di mia madre, vissi gli anni della prima infanzia nella Moldavia di mio padre, Demetrio, nell’abitazione per gli ufficiali, nell’interno di una caserma militare. A volte, ci spostavamo da un posto all’altro, là dove l’unità militare, impegnata in lavori di costruzione e ricostruzione, doveva andare. Si lavorava seriamente e, il più delle volte, in condizioni dure, eppure l’entusiasmo non mancava. C’era ancora la voglia di vivere intensamente, c’era tempo anche per divertimenti, c’era tempo per amare. I miei genitori si amavano ancora e si divertivano, a volte, fino all’alba. Io e la mia sorella maggiore eravamo lasciate alla custodia di qualche soldato.
Il servizio militare durava molto tempo, così che tutti si conoscevano bene e si rispettavano. Il rispetto per l’uniforme militare era ancora grande, ma per me è rimasto un ricordo che non avrei mai voluto riportarmi nella vita.
La persona che mi amava di più era la mia nonna paterna, Olimpia, morta quando io avevo solo cinque anni. Eppure, mi ricordo benissimo i giorni quando veniva a visitarci e mi sopraffaceva con le sue coccole. Adesso, a più di ottant’anni, mio padre mi guarda, talvolta, a lungo, con tenerezza e nostalgia, dicendomi che sono la copia di mia nonna, l’unica persona della sua famiglia che abbia vissuto di più, ed io ne sono fiera, perché era stata una brava donna.
Apro di nuovo l’album della famiglia e prendo nelle mani qualche fotografia di quel tempo e mi ricordo subito le allegre gite che facevamo nella meravigliosa valle del rio Bicaz, nei monti Ceahlàu, che si alzavano maestuosi, diritti e fieri verso il cielo. Il rosso delle loro rocce si rispecchiava nel lago formato, in tempi antichi, al posto di una foresta, in una profonda valle, ricevendo il nome di Lago Rosso. I tronchi franti della foresta scomparsa chi sa quando, si vedono ancora di qua e di là, sorgendo alla superficie tranquilla del lago che acquista, a turno, le sfumature del colore del sole e della montagna rossa. Mia madre, sempre bella circondata da più militi, forse troppi. Io, sempre attaccata a lei, le tengo strettamente la mano.
L’amore che nutrivo per mia madre era fortissimo; solo il gioco e i giocattoli potevano separarmi da lei. Aveva lasciato il lavoro per allevarci me e mia sorella, Violetta, un buon posto al Ministero dell’Insegnamento, che aveva quando mio padre la conobbe. Quando dovetti andare a scuola, diventai un vero problema per i miei, perché non volevo restare in classe senza di lei e fuggivo a casa. Abitavamo sempre in Moldavia, a Savinesti, dove l’unità militare di mio padre stava costruendo la idrocentrale elettrica sul rio Bicaz, una delle prime del paese. La maestra mi teneva spesso vicino alla cattedra, accanto a lei, per farmi abituare alla scuola, ma io, ad un tratto, scoppiavo in pianto, al pensiero che mia madre non era con me.
Ero troppo piccola e troppo infantile per capire e ricordarmi quanto il regime comunista influenzava la nostra vita. Forse la vita più allegra vissuta in quella parte del paese e in quei tempi, non lasciò a penetrare nella mia mente e nel mio animo il malessere della società, rimanendomi la prima infanzia felice, pulita e bella.
Ci sono pure momenti che rimangono scolpiti per tutta la vita, anche nella mente innocente di una bambina. Intorno agli anni sessanta, ci trovammo, una estate, in un povero villaggio, sul braccio Borcea del Danubio, povero come tutti gli altri, come tutta la gente in quella parte del paese. L’unità militare in cui lavorava mio padre era stata spostata da quelle parti e noi, la sua famiglia, dovemmo seguirlo. Luoghi deserti, strade polverose, giorni torridi, gente triste e scalza mi vengono nella mente in frammenti
di ricordi. L’acqua del braccio Borcea, sporca, torbida, profonda e fallace inghiottiva, ogni giorno, qualche persona disattenta, venuta con il secchio a prendere acqua o a bagnarsi. Acqua potabile si trovava a molti chilometri e noi ci permettevamo di averla perché mio padre aveva a sua disposizione una carrozza e un soldato che ci portava di qua e di là. I contadini però, bevevano l’acqua sporca della Borcea. La povertà regnava dappertutto. E, come se non fosse bastato, cominciò anche la collettivizzazione delle proprietà contadine in cui fu coinvolto, senza volerne, anche mio padre. Ma, non erano dei tempi che ti permettessero di discutere, ma solo di eseguire qualunque ordine. Io non capivo granché di quello che stava succedendo, ma mi rimase incisa nella mente la paura con la quale mia madre stava aspettando, la sera, che mio padre arrivasse, il timore che, un giorno, forse, non sarebbe più tornato. E poi, la sua scontentezza di quello che era stato costretto a fare; le urla di disperazione dei contadini che si perdevano i beni di una vita gli venivano spesso nella mente in uno stato di nervosismo, tristezza e rabbia che vincevano il suo innato ottimismo, la sua allegria, coinvolgendo noi tutti. L’odio cominciava a cacciare via l’amore e la solidarietà che avevano unito per anni la gente.
La carrozza di mio padre è la sola cosa bella che mi ricordo di quegli anni. Quando mi guardo nella foto, accanto al vetturino, dove mi piaceva sempre stare, sento di aver vissuto in un altro secolo! Cambiarono pure, troppo i tempi, la gente, il ritmo della vita, ma, in fin dei conti, niente cambiò davvero!
Forse avremmo bisogno di una carrozza incantata, come nelle fiabe, che ci porti sulla strada giusta, ma non abbiamo trovato ancora un buon vetturino!
Marilena Rodica Chiretu/www.pitestiromania.ro
Dal libro autobiografico: “Il tempo dei papaveri rossi”-Edizione romeno-italiana, Pitesti-Romania, 1999.
Libro pubblicato con il contributo di alcuni sponsors.
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IX
L’albero dai rami di salice e dalle radici di quercia
Sembra che, il tempo dei papaveri rossi non sia passato ancora, definitivamente. Il loro rosso rimarrà sempre, qua e là, nei campi dorati del nutriente grano, rallegrando il nostro sguardo e dandoci la speranza dell’energia vitale. Questi devono però, essere lasciati, tranquilli, là dove crescono, in terra selvaggia; raccolti e portati nelle nostre case, non ci faranno la vita più bella, perché tra le pareti della casa, della nostra esistenza, sono destinati a morire.
Il rosso delle bandiere comuniste sullo sfondo delle dolci sfumature multicolori che piacevano tanto alla coppia Ceauşescu, dominò fortemente gli anni ottanta. Ecco però che, adesso, a dieci anni dal momento magico del dicembre 1989, quando si svegliò ad una nuova vita, libera e democratica, la coscienza del popolo romeno, rinasce e desta delle nostalgie.
Sicuramente, i romeni non hanno dimenticato le notti freddi nel buio della luce che si doveva spegnere per fare dei risparmi, non hanno dimenticato nè il vuoto dei magazzini e dei mercati e la disperazione di non trovare del cibo per i loro figli, nè l’interdizione di circolare ogni domenica con la propria macchina. Quelli che avevano la targa con un numero pari circolavano una domenica, gli altri, con numero dispari, circolavano l’altra domenica. Non importava se ci fossero delle situazioni urgenti da risolvere; tutto si doveva rispettare rigorosamente. Ti rimaneva la tivù per fare più piacevoli quei fine settimana, ma neppure la televisione poteva offrirti troppo perché, negli anni ottanta, trasmetteva solo due ore e mezzo al giorno e alle ventidue in punto finiva l’unico programma, dominato sempre dalla figura di Ceauşescu e di sua moglie. Tutto era diventato soffocante ed i romeni non dimenticarono questo. Sicuramente, nessuno desidera un vero ritorno a quei tempi, dopo aver sentito, per la prima volta, il sapore della vera libertà, del denaro, della proprietà e delle pazzesche peregrinazioni per il mondo.
Eppure, vivemmo la disperazione del ritorno ai tempi tristi del passato. La ribellione dei minatori ai quali, nella loro marcia verso la Capitale, si affiancarono, pericolosamente, dei contadini e dei cittadini, giustamente, scontenti del nuovo regime, mette l’uno di fronte all’altro uno di fronte all’altro due sistemi politici ugualmente ingiusti: il comunismo ed il capitalismo.
Fortunatamente, la ribellione fu, finalmente, risolta, ma tutti ci sentimmo sull’orlo della voragine, che ci avrebbe inghiottiti, di nuovo, nel suo buio. Cominciamo ormai, a dimenticare il rumore dei carri armati che passavano sulle strade ed i passi dei poliziotti, che avevano cambiato per qualche giorno, l’aspetto piacevole della nostra città. La durezza del sanguinoso scontro non si dimenticherà però, facilmente. Nella nostra triste e controversa storia, rimarranno incisi i dolorosi eventi di questi disperati giorni: la “battaglia” di Costeşti e la tanto desiderata “Pace di Cosia”. E così, il nostro vecchio e famoso monastero, che domina, storicamente e spiritual-mente, la valle dell’Olt, diventò il posto della riconcilia-zione, che fece cessare la pericolosa marcia dei minatori. Lo spirito santo illuminò, in fin dei conti, la mente della gente che capì l’importanza del dialogo, della franchezza, del necessario compromesso, della tolleranza, perché, davvero, “la mente è la bandiera del corpo”, come diceva un nostro remoto erudito.
Rimangono però, tanti punti interrogativi, tanti problemi, tante scontentezze. L’inevitabile progresso di una società non può essere fermato, ma il passaggio da un regime comunista ad una società capitalista è doloroso. Generazioni di gente non sono riuscite ancorarsi alla nuova realtà. Vivono ancora sospesi tra due mondi: quello del passato, in cui non desiderano ritornare più ed i cui vantaggi tuttavia rimpiangono, e quello del presente, che non offrì loro, nella sua libertà, le speranze sognate. Sentimenti di odio, rimpianti, vendette, orgogli feriti non ancora spenti nell’amore e nella solidarietà perse anch’esse nella pazzesca corsa per una vita migliore, escludono molte persone della vita sociale. Nel loro disperato tentativo di riconquistare nella società le posizioni ed i vantaggi perduti, come anche la stima della gente, si attaccano di nuovo alla bandiera rossa e coltivano dei papaveri rossi. Ma neppure loro, credo che desiderino davvero, un ritorno ai tempi passati; vogliono però, forse sinceramente, un ritorno ad una vita sociale più pulita e ordinata, al rispetto della legge e della propria patria, alla rinascita del perduto sentimento nazionale. Solo il perdono e la grazia ci potranno offrire, di nuovo, la necessaria unità. Se siamo stati solidali nella povertà e nella tirannia del regime passato, è arrivato il momento che l’attuale regime ci dimostri la sua superiorità, aiutandoci ad essere di nuovo uniti, ma nello spirito della libertà, della prosperità, della tolleranza e dell’amore.
Tutti dovrebbere imparare dalla sagezza del nostro popolo che ci trasmette da secoli il famoso proverbio: “Non è bene disseppellire i morti!”. È arrivato dunque, il momento della vera penitenza e del perdono!
I giorni della ribellione dei minatori e la loro spaventosa marcia, ci destarono dei ricordi e tutti ritornammo in tempo, ai giorni dell’inverno dell’anno 1989. La Rivoluzione del 22 dicembre 1989 rappresenta un momento unico nella nostra storia, aspettato da decine di anni dai più anziani, e sognato, dai più giovani, con ardore. Trasmessa in diretta in tutto il paese e in tutto il mondo dalla tivù, la ribellione, cominciata, con un coraggio incredibile per quei tempi a Timişoara, mobilitò tutto il popolo e, finalmente, la gente ebbe l’audacia di affrontare Ceauşescu ed il regime comunista, scatenando la lotta per la libertà e la democrazia. Sanguinosa, confusa e controversa, essa segnò la caduta di un regime tirannico, e avrebbe dovuto portare al popolo romeno la speranza di una vita migliore nella libertà conquistata. Il clamoroso evento e l’entusiasmo dei giovani, la gioia della vittoria, così dolorosamente ottenuta, commossero l’Occidente che ci dimostrò subito un’incredibile solidarietà ed affezione. Esaurito, però il tempo dello spettacoloso e del sensa-zionale, che piacciono tanto ad alcuni paesi occidentali, questi ci voltarono le spalle, in un’ imperdonabile ed incredibile inconsapevoleza. Ci buttarono via nell’ oscurità della dimenticanza, alzando pericolosi muri tra noi ed i nostri “ex – compagni” dell’ideologia comunista. Profon-damente ferito da qurst’inatteso atteggiamento mutevole, il popolo romeno fece degli sbagliati sforzi per piacere di nuovo all’Occidente, perdendo, in questo fallace tentativo, anche la fierezza del proprio “io”, della propria identità. Guardando la gente che partecipava agli scioperi di questi ultimi anni, si scoprono anche delle illusorie manifesta-zioni rivoluzionarie che ricordano il dicembre 1989. Ma, la Rivoluzione anticomunista è finita, è rimasto tuttavia, un vero sindrome della rivoluzione, commovente nella sua ingenuità. I romeni vogliono ricordare che siamo le stesse persone brave del 1989 e meritiamo di più da parte del mondo occidentale che non ha saputo approfittare da un’occasione, forse unica, quella di fare di tutti i paesi ex-comunisti un nuovo “Occidente”. Così si spiegherebbe anche l’anormale gioia con la quale giovani entusiasti con delle bandiere, accompagnarono la massa dei minatori nella loro ribellione, vivendo il sogno di una nuova rivoluzione, mentre gli scioperanti e le forze d’ordine “lottavano” con dei sassi e delle mazze. La sindrome della rivoluzione si fece sentire anche tra i poliziotti e le altre forze che avrebbero dovuto ristabilire l’ordine, rimanendo però, quasi immobili e lasciandosi colpire dalla massa di gente impazzita da una furia inspiegabile.
Alcuni giovani hanno perso la gioia e la dignità che l’Occidente offrì loro dopo la Rivoluzione del dicembre e morì così la fierezza della propria identità e la speranza di un futuro migliore. Si perdono per le strade della transizione, che non cessa più, e sulle strade del mondo, nella cerca di una nuova identità e dignità.
Vivo da anni tra ragazzi e giovani, li ho visti crescere, “modellati” nel bene o nel male dai tempi che hanno attraversato. Mi commuovono con la tenerezza del loro volto anche quando sbagliano e allora mi sento colpevole perché noi, le persone mature, non siamo riusciti a far sì che cavarsela sempre da soli. Ancora aspettano che gli altri dicano loro cosa devono fare, come anche noi siamo stati abituati, per anni, a ricevere delle “indicazioni”. Il tempo delle “indicazioni preziose” è passato però, e molti dei nostri giovani cominciano ad imporre nella società un nuovo stile di vita “spingendola” avanti, sulla strada del 2000, dell’inevitabile progresso. Alcuni stanno soffrendo per quello che c’è intorno a loro, altri più forti, più ottimisti e più bravi hanno capito che è passato anche il tempo dei “modelli” presi in prestito. Vivono la vita con modelli creati da loro stessi, sono riusciti a crearsi la propria musica e credeno in quello che fanno. Gli ultimi anni del decennio novanta chiude, grazie a loro, il ridicolo periodo delle imitazioni che caratterizzò i primi anni dello stesso decennio.
I lavoratori dovranno anche loro capire che l’epoca della dittatura del proletariato è lontana e che non sono più la classe dirigente della società. Non è facile accettare un così radicale cambiamento, ma adesso ciascuno deve imparare ad essere padrone e dirigente di se stesso, nel proprio campo d’attività. Il tempo delle persone che sanno e fanno tutto e di quelli che “uccidevano” l’iniziativa, la creatività, la fantasia deve tramontare. Ciascuno deve sentirsi “fantastico” al suo posto di lavoro che, necessa- riamente, la società gli deve assicurare.
Anche i politici dovrebbero capire che è passato il tempo dei “modelli” presi altrove e che noi stessi dobbiamo crearci il proprio modello di società, partendo dalle realtà esistenti. Anche loro devono essere capaci di respingere le “indicazioni preziose” venute adesso, da chi sa che altri centri, più o meno lontani.
Un albero sano e forte cresce solo dalle proprie radici e, se si è piantato un salice piangente, non si deve aspettare di vedere crescere una quercia. Anche il salice è bello nella tenerezza dei suoi rami, ma cresce nella sua terra, particolare, diversa da quella della quercia. Se si potesse farli crescere insieme, su una terra comune, il mondo sarebbe, certamente, più bello.
Sicuramente, i giovani del nuovo secolo e millennio avranno la delicatezza, la grazia del salice e la forza, la robustezza della quercia e noi, intorno a loro, entreremo, con più fiducia nella nuova epoca, come se avessimo attraversato l’ ”Inferno” e il “Purgatorio”, per poter poi sperare di arrivare anche in “Paradiso”.
 
Chiudo gli album della famiglia apertisi per vedere il volto di quelli che vissero nel secolo scorso e nell’ultimo secolo del secondo millennio. Anche noi saremo fra poco “quelli che vissero nel secolo scorso”!
Ho attraversato così, con il pensiero, periodi diversi di quest’età immortalati in parole, in volti delicati o sofferti, in esperienze vissute, viste o conosciute. La gente acquista il volto della realtà in cui è vissuta e una certezza diventa palese: l’amore deve essere più forte per “uccidere” l’odio, la tolleranza deve cacciare via la violenza e la pace deve allontanare la guerra. Solo così, noi, tutti, potremo vedere nello specchio della vita un volto delicato, spensierato e allegro.
 
In questo fine secolo, l’Europa mi sembra come un mazzo di fiori selvaggi di campo. Tra le spighe dorate e nutrienti di grano si vedono dei fragili fiori azzurri e dei papaveri rossi. Fieri del loro colore vivace e dei loro petali più grandi, essi vorrebbero “dominare” il mazzo, ma non ne riescono, perché, tra i bei fiori e tra le spighe, ci sono anche delle piante con spine che li pungono, ricordando che il loro tempo è passato e che, per sopravvivere, devono rimanere insieme agli altri, in un mazzo di fiori uniti.
Marilena Rodica Chiretu